segunda-feira, abril 9

Lisboa: Recantos IX

Jardim e Miradouro do Torel e arredores



























O Mito de Narciso: o texto do Novellino



Giovanni Antonio Boltraffio (1467-1516)




Caravaggio (1573-1610)




Nicolas Poussin (1594-1665)




John Waterhouse (1849-1917)




Miguel Peña (1951- )


XLVI
'Qui conta come Narcis s'innamorò dell'ombra sua'
Narcis fue molto bellissimo. Un giorno avenne ch'e' si riposava sopra una bella fontana. Guardò nell'acqua: vide l'ombra sua ch'iera molto bellissima. Incominciò a riguardarla e rallegrarsi sopra la fonte, e l'ombra sua facea il simigliante; e così credette che quella fosse persona che avesse vita, che istesse nell'acqua, e non si acorgea che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare, e inamoronne sì forte, che la volle pigliare; e l'acqua si turbò e l'ombra sparìo, ond'elli incominciò a piangere sopra la fonte; e, l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea in sembiante sì com'egli. Allora Narcis si lasciò cadere nella fonte, di guisa che vi morìo e annegò.
Il tempo era di primavera; donne si veniano a diportare alla fonte; videro il bello Narcis anegato. Con grandissimo pianto lo trassero della fonte, e così ritto l'appoggiaro alle sponde, onde dinanzi dallo dio d'Amore andò la novella: onde lo dio d'Amore ne fece un nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante: e fue il primaio albero, che prima fa fiorita e rinnovella amore.

Il Novellino, Favati, Guido (a c. di), Bozzi, Genova, 1970

Homenagem: Lorenzo dei Medici



Canzoniere

I
Tanto crudel fu la prima feruta,
sì fero e sì veemente il primo strale,
se non che speme il cor nutrisce ed ale,
sare'mi morte già dolce paruta.
E la tenera età già non rifiuta
seguire Amore, ma più ognor ne cale;
volentier segue il suo giocondo male,
poi c'ha tal sorte per suo fato avuta.
Ma tu, Amor, poi che sotto la tua insegna
mi vuoi sì presto, in tal modo farai,
che col mio male ad altri io non insegna.
Misericordia del tuo servo arai,
e in quell'altera donna fa' che regna
tal foco, onde conosca gli altrui guai.

II
Era nel tempo bel, quando Titano
dell'annual fatica il terzo avea
già fatto, e co' sua raggi un po' pugnea
d'un tal calor, che ancor non è villano;
vedeasi verde ciascun monte e piano,
e ogni prato pe' fiori rilucea,
ogni arbuscel sue fronde ancor tenea,
e piange Filomena e duolsi invano;
quando io, che pria temuto non avria,
se Hercole tornato fussi in vita,
fu' preso d'un leggiadro e bello sguardo.
Facile e dolce all'entrar fu la via;
or non ha questo laberinto uscita,
e sono in loco dove sempre io ardo!

III
Già sette volte ha Titan circuito
nostro emispero e nostra grave mole:
per me in terra non è stato sole,
per me la luce o splendor fuor non uscito.
Ond'è ch'ogni mio gaudio è convertito
in pianto oscuro, e più ognor mi duole,
veder Amor che ne' principii suole
parer placato, ognor più incrudelito.
Tristo principio è questo al nostro amore,
e già mi pento della prima impresa,
ma or quando aiutar non me ne posso;
ch'io sento arder la face a mezzo il core,
e oramai troppo è questa esca accesa.
Dunque, ben guardi ogn'uom pria che sia mosso.

IV
Sonetto fatto quando una donna che era ita in villa.
Felici ville, campi e voi silvestri
boschi e' fruttiferi arbori e gl'incolti,
erbette, arbusti, e voi, dumi aspri e folti,
e voi, ridenti prati al mio amor destri;
piagge, colli, alti monti ombrosi alpestri,
e fiumi, ove i be' fonti son raccolti;
voi, animal' domestici e voi, sciolti
ninfe, satiri, fauni e dii terrestri;
omai finite d'onorar Diana,
perché altra dea ne' vostri regni è giunta,
che ancor ella ha suo arco e sua faretra.
Piglia le fere ove non regna Pana:
e quella che una volta è da lei punta,
come Medusa, la converte in pietra.


Altre Rime

I
Alla Ginevra de' Benci

Segui, anima devota, quel fervore
che la bontà divina al petto spira,
e dove dolcemente chiama e tira
la voce, o pecorella, del pastore.
In questo nuovo tuo divoto ardore
non sospetti, non sdegni, invidia o ira:
speranza certa al sommo bene aspira,
pace e dolcezza e fama in suave odore.
Se in pianti o sospir' semini talvolta
in questa santa tua felice insania,
dolce e eterna poi fia la ricolta.
Populi meditati sunt inania:
lassali dire, e siedi e Gesù ascolta,
o nuova cittadina di Betania.

II
Alla Ginevra de' Benci

Fuggendo Lot con la sua famiglia
la città che arse per divin giudizio,
guardando indrieto il giusto e gran supplizio,
la donna immobil forma di sal piglia.
Tu hai fuggito, e è gran maraviglia,
la città che arde sempre in ogni vizio;
sappi, anima gentil, che 'l tuo offizio
è non voltare a lei già mai le ciglia.
Per ritrovarti il buon pastore eterno
lassa il gregge, o smarrita pecorella:
truòvati, e lieto in braccio ti riporta.
Perse Euridice Orfeo già in sulla porta,
libera quasi, per voltarsi a quella:
però non ti voltar più allo inferno.

III
Lorenzo de' Medici quando tornò da Napoli, a Bernardo Bellincioni

Un pezzo di migliaccio mal avia
e una fiera bestia e una a Prato
avevon tanto un erpice menato,
ch'egli era fuor del solco per pazzia.
Ma se n'avvide mona Nencia mia
e tese al sole un vaglio ben bucato:
un giudeo il vidde, e funne sì crucciato,
che non vorrebbon più geometria.
Quell'"arri sta", che fanno i paladini,
quando vanno a Piacenza coi cestoni,
fanno impazzar quei poveri asinini.
Perché hanno il capo vuoto, molti arpioni
armeggion per calendi e pastaccini,
e deston la mattina i dormiglioni.
E però i calicioni
s'armon di troppo debole corazza,
ch'ogni poco di stretta poi gli ammazza.

V
Lorenzo de' Medici al Bellincioni, mandandolo in un certo luogo a intendere il suo proposito

Va', Bellincion, e fa' il Sosia:
motti, provviso, frottola e sonetto,
e poi ti mostra un certo recolletto
di mano, e incanti, e di fisonomia.
Alcuna volta dir qualche pazzia,
e 'l suo contrario poi mostra intelletto,
che di savio e di matto abbin sospetto,
e intendi, attingi e trai pur tuttavia.
Fa' il cieco e 'l sordo sempre in ogni loco
e loda, abbraccia, ridi e bacia spesso,
e stu se' morso, piglia a festa e gioco.
E fatti sempre a' cerchiolini appresso
qualche storia: Seleuco e Antioco,
tu intendi, e mostra il lauro che sia fesso.
Ma non d'arrosto e lesso
parlare intendi, e presto sia tornato.
Come t'ho detto: studia nel Donato.

VII
Le sette allegrezze d'amore

Deh, state a udire, giovane e donzelle,
queste sette allegrezze ch'io vi vo' dire,
divotamente, ché son dolci e belle,
che Amore a chi lo serve fa sentire;
io dico a tutte quante, e prima a quelle
che son vaghe e gentili e in sul fiorire:
gustate ben queste allegrezze sante,
che Amor ve ne contenti tutte quante!
Prima allegrezza, che conceda Amore,
si è mirar duo pietosi occhi fiso:
escene un vago, bel, dolce splendore;
veder mover la bocca un dolce riso,
le man', la gola e i modi pien' d'onore,
l'andar che uscito par di paradiso,
ogni atto e movimento che si faccia;
e così prima un cor gentil s'allaccia.
La seconda allegrezza, che Amor dona,
è quando hai grazia di toccar la mano
accortamente, ove si balla o suona
o in altro modo strignerla pian piano;
e, mentre che si giuoca o si ragiona,
gittar certe parole, e non invano;
toccare alquanto e strigner sopra i panni
in modo che chi è intorno se ne inganni.
Terza allegrezza, quale Amor concede,
è quando ella una tua lettera accetta,
e degna di rispondere e far fede
di propria man che 'l giogo al collo metta;
ben è duro colui che, quando vede
sì dolce pegno, lacrime non getta:
leggela cento volte e non si sazia
e con dolci sospiri Amor ringrazia.
Più dolce assai quest'allegrezza quarta,
se ti conduce a dir qualche parola
a solo a solo, e far del tuo cor carta,
e dire a bocca bene ove ti duole;
se avvien che Amor le some ben comparta,
senti dir cose da fermare il sole:
dolci pianti e sospiri, e maladire
uscio o finestra, che ti può impedire.
Chi può gustar questa quinta allegrezza,
può dir che A4more il suo servizio piaccia
se avvien che baci con gran tenerezza
un'amorosa, vaga e gentil faccia,
le labbra, e dentro ov'è tanta dolcezza,
la gola e 'l petto e le candide braccia
e tutte l'altre membra dolci e vaghe,
lasciando spesso i segni delle piaghe.
Questa sesta allegrezza, ch'io ti dico ora
è venir quasi alla conclusione,
e a quel fin per che ognuno s'innamora
e si sopporta ogni aspra passione;
chi l'ha provato e chi lo pruova ancora
sa che dolcezza e che consolazione
è quella di poter sanza sospetto
tenere il suo signore in braccio stretto.
Vien drieto a questa l'ultima allegrezza,
ché Amor infin pur contentar ci vuole:
non si può dir con quanta gentilezza,
con che dolci sospir', con che parole
si perviene a quest'ultima allegrezza,
come si piange dolcemente e duole;
fassi certi atti allor, chi non vuol fingere,
che un dipintor non li potria dipingere.
Queste so' l'allegrezze che Amor dà,
donne, a chi lo serve fedelmente;
però gustile e pruovile chi ha
bellezza, gentilezza, età florente,
Queste allegrezze, che detto ho al presente,
ché perder tempo duole a chi più sa.
chi dice e pruova con divozione,
non può morir sanza l'estrema unzione.
Questo povero cieco, quale ha detto
queste allegrezze, a voi si raccomanda:
vorrebbe qualche carità in effetto,
almen la grazia vostra vi domanda;
Amor l'ha così concio il poveretto,
come vedete, e cieco attorno il manda.
Fateli qualche ben, donne amorose,
che gustar possi delle vostre cose.
Il poveretto è già condotto a tale,
che non ha con chi fare il carnasciale.

Tutte le opere, Orvieto, Paolo (a c. di), Salerno, Roma, 1992

A propósito de uma espécie de título de Engenheiro



Muito se tem falado do título de Engenheiro de José Socrates, da bacoquice saloia de se pretender ser detentor de um título académico a qualquer preço, de mercearias de bairro com horário alargado de hipermercado que vendem diplomas de Dr. e Engenheiro aos domingos mas reservam os feriados para o comércio das honras académicas de doutorado. Tudo isto já foi dito, explicado, dissecado... Assim sendo, apenas gostaria de deixar aqui um soneto de alguém que foi grande por obras, cultura e nascimento e que por ser detentor natural dessa grandeza nunca precisou de ser cuco melharuco arvorado em pavão: Lorenzo dei Medici.

Cerchi chi vuol le pompe e gli altri onori,
le piazze, i templi e gli edifizi magni,
le delizie e il tesor, quale accompagni
mille duri pensier, mille dolori.

Un verde praticel pien de be' fiori,
un rivo che l'erbetta intorno bagni,
un augelletto che d'amor si lagni,
acqueta molto meglio i nostri ardori;

l'ombrose selve, i sassi e gli alti monti,
gli antri oscuri e le fere fuggitive,
qualche leggiadra ninfa paurosa:

quivi vegg'io con pensier vaghi e pronti
le belle luci come fussin vive,
qui me le toglie or una or altra cosa.

sexta-feira, abril 6

A CML só age quando não deve



O «Diário Digital» de hoje (2007-04-06) dá-nos a conhecer mais uma pérola da falta de bom-senso e bom gosto a que a Câmara Municipal de Lisboa já nos habituou. Eis a notícia:

Segundo uma nota do gabinete do vereador dos Espaços Públicos, António Proa, o cartaz dos Gato Fedorento, colocado ao lado do do PNR, «não possui licença camarária».
Caso a notificação para a retirada do cartaz não seja cumprida, a autarquia vai «proceder à sua remoção coerciva», que terá que ser paga pelo infractor.
Onde o PNR defende que «Basta de Imigração», com a imagem de um avião a descolar e a mensagem «Façam boa Viagem», os humoristas do Gato Fedorento contrapõem «Mais Imigração!», com a imagem de um jacto a aterrar acompanhado da legenda «Bem vindos!».
A sátira à mensagem do PNR estende-se a outras frases que os Gato Fedorento colocaram no cartaz: «a melhor maneira de chatear estrangeiros é obrigá-los a viver em Portugal» e «Nacionalismo é parvoíce».
As caras dos quatro humoristas surgem caracterizadas à semelhança do presidente do PNR, José Pinto Coelho, com bigode e pêra, e reproduzindo a sua expressão facial no cartaz que na semana passada originou polémica pela mensagem contra a imigração e que foi vandalizado no dia a seguir a ser colocado.
A nota da autarquia refere que em relação ao cartaz do PNR, cujas mensagens ficaram praticamente ilegíveis depois do vandalismo, «não tem capacidade legal» para o remover, ressalvando que «a lei confere total liberdade» às forças políticas e que a autarquia não pode agir «mesmo quando a razoabilidade e o bom senso assim o pareçam exigir».


Uma tal decisão é, no mínimo, insólita.
Primeiro, desde quando um acto de cidadania deve ser objecto de licenciamento camarário? Já se está a ver que, em termos de futuro a CML vai exigir que todos aqueles que optem por tomar uma posição cívica vão ter de pedir um alvará de licenciamento à CML para o poder fazer. Espera-se para breve o enxamear de cartazes como o que a seguir se reproduz:


Segundo, parece insólito que uma câmara afogada em escândalos vários venha agora, de repente, transformar-se num bastião de uma bacoca legalidade burocrática.
Terceiro, qual a legalidade de uma Câmara que insistiu em não pedir um estudo de impacto ambiente para monumentais cagadas como a do Túnel do Marquês de Pombal?
Quarto, não seria mais lógico o vereador dos espaços públicos preocupar-se com estes em vez de se transformar numa espécie de censor de tradição Mac Carthysta?
Quinto, se o senhor vereador não tem mais que fazer do que as punhetas mentais que agora exibe, permito-lhe sugerir a limpeza das estátuas dos espaços públicos de Lisboa (o Adamastor no Alto de Santa Catarina é um caso flagrante) ou que olhe para o exemplo, um entre muitos que aqui podíamos citar, em que se encontra o jardim do torel e que a seguir reproduzimos:



Ou será que a CML só age mesmo quando a razoabilidade e o bom senso assim o pareçam não exigir????

quinta-feira, abril 5

Gato Fedorento




Isto sim é que é cidadania.
Combater a parvoíce com humor.

António de Oliveira Salazar: Toda a verdade.


Depois de muitas e variadas diatríbes sobre a vitória de António de oliveira Salazar no concurso promovido pelo Serviço Público de Latrinas, é nosso dever informar a população do seguinte:

O CONCURSO FOI UMA FARSA


E foi uma farsa porque o nosso botinhas não era elegível pela simples razão de estar vivo. Com efeito, e à semelhança de outros grandes vultos de tendências nazi, fascista e estado novista (aqui o estado noveiro até ficava giro como neologismo), Salazar iludiu a vigilância e refugiou-se em lugar seguro.
É motivo de grande orgulho para o escrevinhador deste blog revelar aqui, exactamente aqui, neste blog onde ora vos encontraides, os pormenores de uma verdade que, por chocante e incómoda, nunca antes foi revelada.
A OPERAÇÃO SANTA COMBA DÃO (assim designada em homenagem à Operação Odessa) foi cuidadosamente preparada, meticulosamente executada e desenvolveu-se segundo as fases que agora passamos a descrever:

A - Salazar encena uma queda da cadeira:
Inicialmente a queda tinha sido pensada como uma medida proteccionista da indústria do móvel de Paços de Ferreira e enquanto denúncia da fragilidade dos móveis dos estilistas italianos da Divani & Divani. Porém, a repercussão da queda (foi ouvida do Minho a Timor e teve mais eco do que os sinos da velha Goa e do que as bombardas de Diu) foi tamanha e tal que os responsáveis do Estado Novo decidiram poupar nos efeitos especiais.

B - Salazar foge do Hospital da Cruz Vermelha mascarado de Maria Barroso com o uniforme fetichista de enfermeira. Recentes investigações vindas a público permitem-nos afirmar ser o uniforme da foto uma réplica perfeita do então utilizado. Por motivos que se prendem com a protecção da imagem icónica do ilustre santacombense não iremos aqui mostrar as botas de salto alto de vinyl branco então usadas. Contudo, e consultada a ficha clínica do Hospital da Cruz Vermelha, podemos afirmar que da factura apresentada ao Estado Português constam vinte e quatro embalagem de máquinas de barbear descartáveis do Dia (a poupança, sempre a poupança).

C - Salazar refugia-se temporariamente no Carmelo. Aí teria tido uma relacção de grande intimidade e cumplicidade com a Irmã Lúcia. Esta última que também tinha um fetiche com uniformes e com homens dominadores, viria mais tarde a escrever uma carta em que considerava ser o vencedor do já mencionado concurso o homem indicado para segurar as rédeas da nação. No decorrer das nossas investigações recolhemos um testemunho que refere terem sido usados nesse encontro uma sela à inglesa (homenagem à mais velha aliança política ainda em vigor: a luso-Britânica), dois chicotes (um de seda e um de eclesiástico burel), umas rédeas de couro com freios e alamares de prata propriedade da Coudelaria de Alter e um strap-on em forma de trombinha de elefante.

D - Salazar viaja num paquete da Companhia Nacional de Navegação para o Brasil onde se sujeita a uma operação destinada a alterar a sua aparência física. Para além de implantes de silicone, terá sofrido igualmente um implante capilar, um tratamento à base de retinoides destinado a tratar dos problemas de acne e pontos negros, terá passado a usar unhas de gel com as carbonárias cores da Selecção Nacional (podia assim continuar a gritar «Portugal! Portugal!» sem correr o risco de ser detectado), teria engrossado os lábios com silicone, adoptado lentes de contacto estéticas e removido as rugas com botox, isto para além de uma depilação total a laser de molde a evitar pruridos e borbulhinhas como os ocorridos aquando da depilação realizada na Cruz Vermelha.

E - Salazar refugia-se na Argentina onde ainda hoje reside sob a falsa identidade de Luciana Salazar como o demonstra a fotografia abaixo publicada. Como se pode constatar, o uso de strap-on em forma de trombinha de elefante marcou de forma decisiva a sexualidade do vencedor do concurso.

sexta-feira, março 30

Agradecimento em tom de homenagem



Quando a alma se sentiu presa e agrilhoada nos meandros recurvos do pesadelo, uma Dália Negra soube estar presente e iluminar-me o caminho. Obrigado e um beijo
Ricardo

quinta-feira, março 29

Alange: Vila Termal






Desde o momento em que se entra em Alange que as termas se apresentam como um dos aspectos mais relevantes de Alange. O imponente monumento ao termalismo que se ergue logo à entrada da vila é disso exemplo. Muito embora haja indícios de ser algo de mais antigo, as primeiras provas da existência das termas remontam ao século III d.C., por volta da época de Trajano e Adriano, como o comprova uma ara votiva, em mármore branco, dedicada a Juno e onde Licinius Serenianus Clarissimus e sua mulher agradecem à deusa o restabelecimento da saúde da sua filha Varínia Serena. Nos anos 30 foram declaradas monumento nacional de Espanha. As termas romanas constituem um edifício de forma rectangular, englobando dois corpos para cada um dos sexos.
A elas se acede através de uma longa e estreita escadaria de pedra. No centro de cada um dos corpos encontra-se uma piscina circular. A iluminação é feita através de duas claraboias de forma esférica situadas no cimo das abóbadas de fecho de ambos os compartimentos.
Depois de vários séculos em que foram deixadas ao abandono, as termas voltam à vida em finais do século XVIII. Contudo, só em inícios do século XIX
se dá início à construção de um novo balneário. Assim sendo, as actuais termas podem ser divididas em três corpos de épocas distintas: as termas romanas, as de 1820 e as de 1860.

Alange: Ermita de San Bartolomé






Vizinha aos balnearios das Termas de Alange, a Ermida de San Bartolomé é um interessante edifício de arquitectura popular. Os dados mais antigos relativos a esta ermida remontam a 1490, tendo sido, com toda a probabilidade, construída sobre as ruínas de uma basílica visigótica que, por sua vez, resultaria da adaptação de um antigo templo romano. Constituida por uma única nave, a ermida apresenta como particularidade para quem a visita o facto do actual altar mor se encontrar a meio da nave e encostado à parede virada a Norte. Um olho de boi situado numa pequena cúpula fornece luz ao interior. Um conjunto de arcos ladeia a parede sul da Ermida.