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segunda-feira, abril 9

Homenagem: Lorenzo dei Medici



Canzoniere

I
Tanto crudel fu la prima feruta,
sì fero e sì veemente il primo strale,
se non che speme il cor nutrisce ed ale,
sare'mi morte già dolce paruta.
E la tenera età già non rifiuta
seguire Amore, ma più ognor ne cale;
volentier segue il suo giocondo male,
poi c'ha tal sorte per suo fato avuta.
Ma tu, Amor, poi che sotto la tua insegna
mi vuoi sì presto, in tal modo farai,
che col mio male ad altri io non insegna.
Misericordia del tuo servo arai,
e in quell'altera donna fa' che regna
tal foco, onde conosca gli altrui guai.

II
Era nel tempo bel, quando Titano
dell'annual fatica il terzo avea
già fatto, e co' sua raggi un po' pugnea
d'un tal calor, che ancor non è villano;
vedeasi verde ciascun monte e piano,
e ogni prato pe' fiori rilucea,
ogni arbuscel sue fronde ancor tenea,
e piange Filomena e duolsi invano;
quando io, che pria temuto non avria,
se Hercole tornato fussi in vita,
fu' preso d'un leggiadro e bello sguardo.
Facile e dolce all'entrar fu la via;
or non ha questo laberinto uscita,
e sono in loco dove sempre io ardo!

III
Già sette volte ha Titan circuito
nostro emispero e nostra grave mole:
per me in terra non è stato sole,
per me la luce o splendor fuor non uscito.
Ond'è ch'ogni mio gaudio è convertito
in pianto oscuro, e più ognor mi duole,
veder Amor che ne' principii suole
parer placato, ognor più incrudelito.
Tristo principio è questo al nostro amore,
e già mi pento della prima impresa,
ma or quando aiutar non me ne posso;
ch'io sento arder la face a mezzo il core,
e oramai troppo è questa esca accesa.
Dunque, ben guardi ogn'uom pria che sia mosso.

IV
Sonetto fatto quando una donna che era ita in villa.
Felici ville, campi e voi silvestri
boschi e' fruttiferi arbori e gl'incolti,
erbette, arbusti, e voi, dumi aspri e folti,
e voi, ridenti prati al mio amor destri;
piagge, colli, alti monti ombrosi alpestri,
e fiumi, ove i be' fonti son raccolti;
voi, animal' domestici e voi, sciolti
ninfe, satiri, fauni e dii terrestri;
omai finite d'onorar Diana,
perché altra dea ne' vostri regni è giunta,
che ancor ella ha suo arco e sua faretra.
Piglia le fere ove non regna Pana:
e quella che una volta è da lei punta,
come Medusa, la converte in pietra.


Altre Rime

I
Alla Ginevra de' Benci

Segui, anima devota, quel fervore
che la bontà divina al petto spira,
e dove dolcemente chiama e tira
la voce, o pecorella, del pastore.
In questo nuovo tuo divoto ardore
non sospetti, non sdegni, invidia o ira:
speranza certa al sommo bene aspira,
pace e dolcezza e fama in suave odore.
Se in pianti o sospir' semini talvolta
in questa santa tua felice insania,
dolce e eterna poi fia la ricolta.
Populi meditati sunt inania:
lassali dire, e siedi e Gesù ascolta,
o nuova cittadina di Betania.

II
Alla Ginevra de' Benci

Fuggendo Lot con la sua famiglia
la città che arse per divin giudizio,
guardando indrieto il giusto e gran supplizio,
la donna immobil forma di sal piglia.
Tu hai fuggito, e è gran maraviglia,
la città che arde sempre in ogni vizio;
sappi, anima gentil, che 'l tuo offizio
è non voltare a lei già mai le ciglia.
Per ritrovarti il buon pastore eterno
lassa il gregge, o smarrita pecorella:
truòvati, e lieto in braccio ti riporta.
Perse Euridice Orfeo già in sulla porta,
libera quasi, per voltarsi a quella:
però non ti voltar più allo inferno.

III
Lorenzo de' Medici quando tornò da Napoli, a Bernardo Bellincioni

Un pezzo di migliaccio mal avia
e una fiera bestia e una a Prato
avevon tanto un erpice menato,
ch'egli era fuor del solco per pazzia.
Ma se n'avvide mona Nencia mia
e tese al sole un vaglio ben bucato:
un giudeo il vidde, e funne sì crucciato,
che non vorrebbon più geometria.
Quell'"arri sta", che fanno i paladini,
quando vanno a Piacenza coi cestoni,
fanno impazzar quei poveri asinini.
Perché hanno il capo vuoto, molti arpioni
armeggion per calendi e pastaccini,
e deston la mattina i dormiglioni.
E però i calicioni
s'armon di troppo debole corazza,
ch'ogni poco di stretta poi gli ammazza.

V
Lorenzo de' Medici al Bellincioni, mandandolo in un certo luogo a intendere il suo proposito

Va', Bellincion, e fa' il Sosia:
motti, provviso, frottola e sonetto,
e poi ti mostra un certo recolletto
di mano, e incanti, e di fisonomia.
Alcuna volta dir qualche pazzia,
e 'l suo contrario poi mostra intelletto,
che di savio e di matto abbin sospetto,
e intendi, attingi e trai pur tuttavia.
Fa' il cieco e 'l sordo sempre in ogni loco
e loda, abbraccia, ridi e bacia spesso,
e stu se' morso, piglia a festa e gioco.
E fatti sempre a' cerchiolini appresso
qualche storia: Seleuco e Antioco,
tu intendi, e mostra il lauro che sia fesso.
Ma non d'arrosto e lesso
parlare intendi, e presto sia tornato.
Come t'ho detto: studia nel Donato.

VII
Le sette allegrezze d'amore

Deh, state a udire, giovane e donzelle,
queste sette allegrezze ch'io vi vo' dire,
divotamente, ché son dolci e belle,
che Amore a chi lo serve fa sentire;
io dico a tutte quante, e prima a quelle
che son vaghe e gentili e in sul fiorire:
gustate ben queste allegrezze sante,
che Amor ve ne contenti tutte quante!
Prima allegrezza, che conceda Amore,
si è mirar duo pietosi occhi fiso:
escene un vago, bel, dolce splendore;
veder mover la bocca un dolce riso,
le man', la gola e i modi pien' d'onore,
l'andar che uscito par di paradiso,
ogni atto e movimento che si faccia;
e così prima un cor gentil s'allaccia.
La seconda allegrezza, che Amor dona,
è quando hai grazia di toccar la mano
accortamente, ove si balla o suona
o in altro modo strignerla pian piano;
e, mentre che si giuoca o si ragiona,
gittar certe parole, e non invano;
toccare alquanto e strigner sopra i panni
in modo che chi è intorno se ne inganni.
Terza allegrezza, quale Amor concede,
è quando ella una tua lettera accetta,
e degna di rispondere e far fede
di propria man che 'l giogo al collo metta;
ben è duro colui che, quando vede
sì dolce pegno, lacrime non getta:
leggela cento volte e non si sazia
e con dolci sospiri Amor ringrazia.
Più dolce assai quest'allegrezza quarta,
se ti conduce a dir qualche parola
a solo a solo, e far del tuo cor carta,
e dire a bocca bene ove ti duole;
se avvien che Amor le some ben comparta,
senti dir cose da fermare il sole:
dolci pianti e sospiri, e maladire
uscio o finestra, che ti può impedire.
Chi può gustar questa quinta allegrezza,
può dir che A4more il suo servizio piaccia
se avvien che baci con gran tenerezza
un'amorosa, vaga e gentil faccia,
le labbra, e dentro ov'è tanta dolcezza,
la gola e 'l petto e le candide braccia
e tutte l'altre membra dolci e vaghe,
lasciando spesso i segni delle piaghe.
Questa sesta allegrezza, ch'io ti dico ora
è venir quasi alla conclusione,
e a quel fin per che ognuno s'innamora
e si sopporta ogni aspra passione;
chi l'ha provato e chi lo pruova ancora
sa che dolcezza e che consolazione
è quella di poter sanza sospetto
tenere il suo signore in braccio stretto.
Vien drieto a questa l'ultima allegrezza,
ché Amor infin pur contentar ci vuole:
non si può dir con quanta gentilezza,
con che dolci sospir', con che parole
si perviene a quest'ultima allegrezza,
come si piange dolcemente e duole;
fassi certi atti allor, chi non vuol fingere,
che un dipintor non li potria dipingere.
Queste so' l'allegrezze che Amor dà,
donne, a chi lo serve fedelmente;
però gustile e pruovile chi ha
bellezza, gentilezza, età florente,
Queste allegrezze, che detto ho al presente,
ché perder tempo duole a chi più sa.
chi dice e pruova con divozione,
non può morir sanza l'estrema unzione.
Questo povero cieco, quale ha detto
queste allegrezze, a voi si raccomanda:
vorrebbe qualche carità in effetto,
almen la grazia vostra vi domanda;
Amor l'ha così concio il poveretto,
come vedete, e cieco attorno il manda.
Fateli qualche ben, donne amorose,
che gustar possi delle vostre cose.
Il poveretto è già condotto a tale,
che non ha con chi fare il carnasciale.

Tutte le opere, Orvieto, Paolo (a c. di), Salerno, Roma, 1992

quinta-feira, fevereiro 15

Guido Crepax - estilista do prazer, paladino da dor, desenhador e ilustrador italiano - 1933-2003



Emmanuelle



Conheci Guido Crepax muito novo, lá para os meus quinze anos, em casa de um amigo, e, por muito que me custe confessá-lo a mim mesmo, já não me recordo de que album se tratava. Creio que era a Valentina mas não estou certo. Sei que na altura amei e odiei o desenho. Amei porque a estilização dos corpos nus marcados pelo capricho que transforma um traço negro sobre uma folha branca em algo de uma sensual fluidez reprimida no apertado abraço de um corpete não me foi estranho. Era como ver a fluidez das joias de Lalique aplicadas a uma nova estética e a uma imagética à qual não podia deixar de ser sensível o então muito medievalmente designável Cavaleiro das Hormonas Saltitantes e actual subscritor destas linhas. Odiei porque não tinha ainda bebido o doce fel que liga intimamente a dor e o prazer no relacionamento carnal. Os anos foram passando e, lentamente, como o seu sinuoso traço longilíneo na folha de papel branca, o gosto pela arte de Crepax foi-se insinuando como um fio de arame que nos atravessa a carne, sinuosa, ferina, comoventemente bela, foi-se entranhando como um fogo, uma secreta paixão. Aproveitei as idas e a vivência em Itália para o conhecer melhor.


Justine


Recordo-me da Helen, a americana louca de olhos azul magiar na pele cobreada da Califórnia. Estavas a começar a vida como actriz depois de anos de estudos de arte dramática e workshops marados e tinhas ido a Roma com uma amiga passar uma semana numa dessas coisas de trocar de casa por um período determinado e cuja única designação apropriada poderia ser Swing imobiliário. Sei que te desejei ao ver-te atravessar Campo di Fiori e passar em frente de Giordano Bruno, depois viras-te para a fonte, ultrapassaste as últimas barracas do mercado da fruta e dirigiste-te para a esplanada. Olhei para Donato, o único funcionário em sistema de acumulação com as funções de sonhador, proprietário, idealista, louco e excelente amigo, peguei na travessa, pisquei-lhe o olho. Ele sorriu com um sorriso cumplicemente matreiro e sedutor da Basilicata e encostou-se ao balcão com um ar muito profisional. Aproximei-me admirando-te os ombros morenos e adivinhando-te a nuca por debaixo dos caracois negros; depois, passando-te pela esquerda, sorri com olhos de carneiro mal morto e abordei-te em italiano. Tu nada percebeste o que não me surpreendeu grandemente, uma vez que era uma daquelas americanas flacidamente DOC e com aquele colocar a boca de lado ao falar e umas madeixinhas cor de rosa que funcionavam como certificado de origem controlada quem se sentava a teu lado. Passei rapidamente para inglês, de uma sonoridade britânica de tipo tradicional que muito te encantou. Sobre a pele lisa, recortados pela penunbra de um lápis sinuoso e longilíneo como o de Crepax, os teus olhos brilhavam de prazer. E servi-te com prazer, e indiquei-te bons itinerários e coisas curiosas em Roma, e juntos fizemos longas caminhadas na noite de Roma, por entre casas e becos obscuros onde se esconde a magia de uma história de grandeza e dor, e muitas foram as conversas tidas ao longo da semana que passamos juntos. Soube que tinhas pago os cursos a dares chibatadas nos rabinhos de uns velhinhos simpáticos de Hollywood e, no último dia, ofereci-te um poster com a capa de Valentina.



Valentina


Adoraste e estendeste a cabeça para me dar um beijo no momento em que as portas do comboio que de Roma Ostiense te iam levar a Fiumicino se fechavam. Forcei as portas, recolheste a cabeça e o pescoço marcado por um longo rubor onde, como nos teus olhos sonhadores, se lia estilo, prazer e dor.
Voltei de Itália e tenho notado que, em Portugal, Crepax continua a ser um quase desconhecido. Por essa razão, por querer partilhar o gosto e difundir a obra de um dos melhores desenhadores italianos do século XX vou aqui transcrever a homenagem que, por altura do falecimento de Guido Crepax (31/07/2003), Sidney Gusman publicou na publicação online brasileira Notícias Quadrinhos. As fotografias serão inseridas nos locais respectivos ao correr do texto e, sempre que possível, mantendo a formatação original. O original encontra-se no seguinte endereço:

http://www.universohq.com/quadrinhos/2003/n31072003_07.cfm

a data de acesso é a data deste post e não me está a apetecer partir a carola com meta-informação e com o Dublin Core. Por isso, eis o texto:

Valentina e seus fãs estão órfãos: Guido Crepax morreu


Guido Crepax e Valentina


As belas Valentina, Anita e Bianca estão vestindo preto! Morreu hoje, em Milão, Itália, o desenhista Guido Crepax. Ele havia completado 70 anos no último dia 15 de julho. O funeral será realizado sábado, no cemitério Monumentale.

Crepax nasceu em Milão, em 1933. Ao vir ao mundo, seu sobrenome era Crepas, mas depois de iniciar sua vida profissional decidiu trocar o "s" pelo "x", por uma questão estética. Formou-se em arquitetura em 1958, mas começou a viver de seus belos traços cinco anos antes, na área da publicidade e fazendo capas de livros e discos. Chegou até a ganhar uma Palma de Ouro, em 1957, com uma campanha para a Shell.


Louise Brooks é a inspiração para o visual de Valentina


Em 1959, iniciou sua longa colaboração para a revista científica mensal Tempo Medico, para a qual fez mais de 200 capas. Em 1965, passou a ilustrar um quiz médico chamado Clinicommedie (escrito por "Mister Hyde" e Pino Donizetti), que foi sua primeira experiência utilizando a linguagem dos quadrinhos.

Ainda em 1965, no mês de maio, ocorreu sua estréia efetiva nas HQs, nas páginas da Linus, famosa revista de Giovanni Gandini e Ranieri Carano (e depois de Oreste Del Buono e Fulvia Serra), para a qual criou o crítico de arte e investigador Philip Rembrandt, também conhecido como Neutron.

A coadjuvante de Neutron era sua namorada (com quem acabou casando), uma belíssima e curvilínea fotógrafa chamada Valentina. E ela mudou o rumo da série e da carreira de Crepax, tornando-se a protagonista das histórias e a mais importante personagem dos quadrinhos eróticos em todos os tempos.

Valentina foi criada à imagem e semelhança da atriz Louise Brooks, de quem Crepax era fã. Publicada em vários países do mundo, a personagem tem vários álbuns compilando suas aventuras. Com uma mescla de erotismo e devaneios, ela povoou o imaginário masculino por décadas, especialmente na Itália.


Valentina, da editoa L&PM


O sucesso de Valentina ainda hoje é tão grande, que suas histórias estão sendo reelaboradas, roteirizadas e filmadas para uma série de 13 episódios televisivos, que serão exibidos na Itália, Alemanha, Suíça e Estados Unidos.

Depois de Valentina, Guido Crepax deu vida a muitas outras "musas de papel", como Anita, Bianca e Belinda, além de assinar sofisticadas versões em quadrinhos de clássicos da literatura erótica, como A História de "O", de Pauline Reage; Emmanuelle, de Arsan; e Justine, de Sade. Também fez releituras de clássicos como Conde Drácula, Doutor Jekyll e Mister Hide e Frankenstein, seu último trabalho publicado, em 2002.


Valentina é beijada pelo Fantasma num dos delírios da personagem


Mesmo enquanto esteve envolvido com os quadrinhos, o autor não abandonou a atividade de ilustrador publicitário, na qual atuou até 1991, fazendo campanhas das mais variadas. Artista extremamente versátil, Crepax também assinou centenas de litografias, serigrafias e aquarelas.

Sempre explorando requintes de sadomasoquismo, Crepax foi considerado, durante muitos anos, o "papa" dos quadrinhos eróticos, posto que passou ao também italiano Milo Manara. Com um traço extremamente delicado, um incrível domínio de luz e sombras e diagramações pra lá de ousadas, suas páginas eram autênticos delírios visuais.


Última exposição de Crepax, em Milão


No Brasil, especialmente durante as décadas de 1980 e 1990, os leitores tiveram a sorte de ver muitas de suas obras. A Martins Fontes publicou A Vênus das Peles, Emmanuelle, Justine, Conde Drácula e Doutor Jekyll e Mister Hide.

Já a gaúcha L&PM lançou A História de "O", Valentina, Valentina Assassina?, Valentina de Botas, O Bebê de Valentina, Valentina no Metrô, Anita - Uma História Possível, Anita ao Vivo, Bianca - Casa das Loucuras, Bianca - Pensionato de Moças, além de participar da coletânea Casanova.


Última exposição de Crepax, em Milão


No entanto, uma de suas obras mais maduras, Lanterna Magica, de 1979, que não tinha um balão de texto sequer, continua inédita por aqui, apesar de ter sido publicada em quase toda a Europa.

Crepax chegou até a fazer duas edições para a Cepim, hoje mundialmente conhecida como Sergio Bonelli Editore: L'uomo de Pskov (1977) e L'uomo di Harlem (1979), ambas na coleção Un Uomo Un'avventura.

O jornal italiano Corriere della Sera disponibilizou em seu site fotos e vídeos da última mostra do artista em Milão. Vale a visita! Afinal, cada vez que se vir um desenho de Valentina, Anita, Bianca ou de qualquer outra de suas sedutoras mulheres, Guido Crepax certamente sempre será lembrado.


Valentina triste


As seguintes figuras apareciam numa barra paralela ao texto:


Conde Drácula, de Crepax. publicado no Brasil pela Martins Fontes



Edição italiana de Frankenstein



Anita: uma história possível



Circuito Interno, da Tempo Médico, uma edição de 1977. Compilava as 80 primeiras histórias da Clinicommedie, publicadas de Janeiro de 1965 a Maio de 1973. Uma raridade.



Capa assinada por Crepax




Ilustração de Guido Crepax


Ilustração de Guido Crepax

quarta-feira, fevereiro 14

Cecco Angiolieri - 1260-1311(?)


SONETTI

I



La mia malinconia è tanta e tale,

ch'i' non discredo che, s'egli 'l sapesse

un che mi fosse nemico mortale,

che di me di pieta [de] non piangesse.

Quella, per cu' m'aven, poco ne cale:

ché mmi potrebbe, sed ella volesse,

guarir 'n un punto di tutto 'l mie male,

sed ella pur " I' t'odio " mi dicesse.

Ma quest' è la risposta c'ho da llei:

ched ella no mmi vòl né mal né bene,

e ched i' vad' a ffar li fatti mei,

ch'ella non cura s'i' ho gioi' e pene,

men ch'una paglia che lle va tra' piei.

Mal grado n'abbi' Amor, ch'a lle' mi diène.


II



S'e' si potesse morir di dolore,

molti son vivi che sserebber morti;

i' son l'un desso, sed e' no me 'n porti

'n aním' e carn' il Lucifer maggiore:

avegna ch'i' ne vo co la peggiore,

ché ne lo 'nferno non son cosi forti

le pene e [li] tormenti e li sconforti

com' un de' miei, qualunque è l[o] minore.

Ond' io esser non nato ben vorria,

od esser cosa che nnon si sentisse,

poi ch'ì' non trovo 'n me modo né via:

se non è 'n tanto che sse si compisse

per aventura omai la profezia,

che ll'uom vuol dir, ch'Anticrísto venisse.


III



" Becchin' amor! " " Che vuo', falso tradito? "

" Che mmi perdoni ". " [Tu] non ne se' degno ".

" Merzé, per Deo! " " Tu vien' molto gecchito ".

" E verrò sempre ". " Che saràmi pegno? "

" La buona fé ". " Tu nne se' mal fornito ".

" No inver' di te ". " Non calmar, ch'i' ne vegno ".

" In che fallai? " " Tu ssa' ch'i' l'abbo udito ".

" Dimmel', amor ". " Va', che tti veng' un segno! "

" Vuol pur ch'i' muoia? " " Anzi mi par mìll' anni ".

" Tu non di' bene ". " Tu m'insegnerai ".

" Ed i' morrò ". " Omè, che ttu m'inganni! "

" Die te'l perdoni ". " E cché. non te ne vai? "

" Or potess'io! " " Tegnoti per li panni? "

" Tu tieni 'l cuore ". " E terrò co' tuo' guai ".


IV



Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,

la notte come serpe mi travolto,

e sì mmi giro, che paio un bigollo,

tanta è la pena che sente 'l meo core.

Parmi la notte ben cento mili' ore,

dicendo: " Dio, sarà mma' dì, vedròllo? ";

e tanto piango, che tutto m'immollo,

ch' alcuna cosa m'aleggia 'l dolore.

Ed i' ne son da llei cosi cangiato:

ché 'nn-una [che]d e' giungo 'n sua contrada,

sì mmi fa dir ch'i' vi son troppo stato,

e ched i' voli, si ttosto me'n vada,

però ch'ell' ha 'l sul amor a ttal donato,

che per un mille più di me li aggrada.


V



S'i' fosse fuoco, arderei 'l mondo;

s'i' fosse vento, lo tempestarei;

s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;

s'i' fosse Dío, mandereil' en profondo;

s'i' fosse papa, allor serei giocondo,

ché tutti cristiani imbrigarei;

s'i' fosse 'mperator, ben lo farei:

a tutti tagliarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei a mi' padre;

s'i' fosse vita, non starei con lui:

similemente faria da mi' madre.

S'i' fosse Cecco, com' i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre:

le zop[p]e e vecchie lasserei altrui.


VI


Tre cose solamente m'ènno in grado,

le quali posso non ben ben fornire,

cioè la donna, la taverna e 'l dado:

queste mi fanno 'l cuor lieto sentire.

Ma sì mme le convene usar di rado,

ché la mie borsa mi mett' al mentire;

e quando mi sovien, tutto mi sbrado,

ch'i' perdo per moneta 'l mie disíre.

E dico: " Dato li sia d'una lancia! ",

ciò a mi' padre, che mmi tien sì magro,

che tornare' senza logro di Francia.

Ché fora a torli un dinar[o] più agro,

la man di Pasqua che ssi dà la mancia,

che far pigliar la gru ad un bozzagro.


VII



No si disperin que[lli] de lo 'nferno',

po' che n'è uscito un che vlera chiavato,

el quale è Cec[c]o, chlè cosi chiamato,

che vi credea stare in se[m]piterno.

Ma in tal[e] guisa è rivolto il quaderno,

che sempre viverò grolificato,

po' che messer Angiolieri è scoiato,

che m'afrig[g]ea d'estate e di verno.

Muovi, nuovo sonetto, e van[n]e a Cec[c]o,

a quel che giù dimora a la Badia:

digli che Fortar[rligo è mezzo sec[c]o;

che no si dia nul[l]la mani[n]conia,

ma di tal cibo imbe[c]chi lo suo bec[c]o,

ch'e' viverà più ch'Enòch e[d] Elia.


VIII



Lassar vo' lo trovare de Becchina

Dant[e] Alig[hi]eri, e dir del Mariscalco:

ch'e' par fìorin d'or, ed è d'oricalco;

par zuc[c]ar cafetin, ed è salina;

par pan di grano, ed è [pan] di saggina;

par una tor[r]e, ed è un[o] vil balco;

ed è un nibbio, e par un[o] girfalco;

e pare un gal[l]o, ed è una gal[l]ina.

Sonet[t]o mio, vat[t]ene a Fiorenza,

dove vedrai le don[n]e e le donzelle:

di' che 'l so fat[to] è solo di parvenza.

Ed eo per me ne conterò novelle

al bon re Carlo conte de Provenza,

e per 'sto modo i fregiar6 la pel[l]e.


IX




Dante Allaghier, Cecco, tu' serv' amico,

si raccomand' a tte com' a segnore;

e sì tti prego per lo dio d'Amore,

il qual è stat' un tu' signor antico,

che mmi perdoni s'i' spiacer ti dico,

ché mmi dà sicurtà 'l tu' gentil cuore:

quel ch'i' vol dire è di questo tenore,

ch'al tu' sonetto in parte contradico.

Ch'al meo parer nell'una muta dice

che non intendi su' sottil parlare,

di que' che vide la tua Beatrice;

e puoi hai detto a le tue donne care

che be llo 'ntendi: e dunque contradice

a ssé medesmo questo tu' trovare.


X



Dante Alleghier, s'i' so' buon begolardo,

tu me ne tien' ben la lancia a le reni;

s'i' desno con altrui, e tu vi ceni;

s'io mordo 'l grasso. e tu vi sughi el lardo;

s'io cimo 'l panno, e tu vi freghi el cardo;

s'io so' discorso, e tu poco t'afreni;

s'io gentileggio, e tu misèr t'aveni;

s'io so' fatto romano, e tu lombardo.

Si che, laudato Idio, rimproverare

poco può l'uno a l'altro di noi due:

sventura o poco senno ce'l fa fare.

E se di tal materia vo' dir piùe,

Dante, risponde, ch'i' t'avrò a stancare,

ch'i' son lo pugnerone, e tu se' 'l bue

Pier Paolo Pasolini - 1922-1975



Il canto popolare

Improvviso il mille novecento
cinquanta due passa sull'Italia:
solo il popolo ne ha un sentimento
vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
la modernità, benché sempre il più
moderno sia esso, il popolo, spanto
in borghi, in rioni, con gioventù
sempre nuove - nuove al vecchio canto -
a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi è partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio - e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla - aspetta - cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle più fresche e inanimate ère -
il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch'è nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
è il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non più torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
feroce nel feudo provinciale l'Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s'affranca
l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
jersera... ripete con l'anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all'Inno dell'Albero della Libertà,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune 'e mala vita! in branchi
feroci. La libertà non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

1952-53


Verso le Terme di Caracalla

Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni...
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte...

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi - già impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia - il pastore
migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e
giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d'ulivo...

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassì i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,

rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po' gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccocce della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una còfana o un catino:
non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla


Sesso, consolazione della miseria!

Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un'antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d'ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c'è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore...
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell'amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all'avventura
sicuri d'essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell'essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.


Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

Li osservo, questi uomini, educati
ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'è come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, è disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
È certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
è il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri
a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
è, così, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza è ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profondità che nei sensi.
In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.

in Nuovi epigrammi (1958-59)



Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

in Poesie incivili (aprile 1960)

Frammento alla morte

Vengo da te e torno a te,
sentimento nato con la luce, col caldo,
battezzato quando il vagito era gioia,
riconosciuto in Pier Paolo
all'origine di una smaniosa epopea:
ho camminato alla luce della storia,
ma, sempre, il mio essere fu eroico,
sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
Si coagulava nella tua scia di luce
nelle atroci sfiducie
della tua fiamma, ogni atto vero
del mondo, di quella
storia: e in essa si verificava intero,
vi perdeva la vita per riaverla:
e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,
prima, poi la furia della chiarezza:
era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
sentimento! E adesso,
accusino pure ogni mia passione,
m'infanghino, mi dicano informe, im
puro
ossesso, dilettante, spergiuro:
tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
e vinco, questo mio poco,
immenso bene, vinco quest'infinita,
misera mia pietà
che mi rende anche la giusta ira amica:
posso farlo, perché ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna
un emigrato al suo paese e lo riscopre:
ho fatto fortuna (nell'intelletto)
e sono felice, proprio
com'ero un tempo, destituito di norma.
Una nera rabbia di poesia nel petto.
Una pazza vecchiaia di giovinetto.
Una volta la tua gioia era confusa
con il terrore, è vero, e ora
quasi con altra gioia,
livida, arida: la mia passione delusa.
Mi fai ora davvero paura,
perché mi sei davvero vicina, inclusa
nel mio stato di rabbia, di oscura
fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,
la nevrosi mi ramifica accanto,
l'esaurimento mi inaridisce, ma
non mi ha: al mio fianco
ride l'ultima luce di gioventù.
Ho avuto tutto quello che volevo,
ormai:
sono anzi andato anche più in là
di certe speranze del mondo: svuotato,
eccoti lì, dentro di me, che empi
il mio tempo e i tempi.
Sono stato razionale e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora... ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e immondo
sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia
alternativa


Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

L'alba meridionale

II
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.