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quarta-feira, fevereiro 14

Cecco Angiolieri - 1260-1311(?)


SONETTI

I



La mia malinconia è tanta e tale,

ch'i' non discredo che, s'egli 'l sapesse

un che mi fosse nemico mortale,

che di me di pieta [de] non piangesse.

Quella, per cu' m'aven, poco ne cale:

ché mmi potrebbe, sed ella volesse,

guarir 'n un punto di tutto 'l mie male,

sed ella pur " I' t'odio " mi dicesse.

Ma quest' è la risposta c'ho da llei:

ched ella no mmi vòl né mal né bene,

e ched i' vad' a ffar li fatti mei,

ch'ella non cura s'i' ho gioi' e pene,

men ch'una paglia che lle va tra' piei.

Mal grado n'abbi' Amor, ch'a lle' mi diène.


II



S'e' si potesse morir di dolore,

molti son vivi che sserebber morti;

i' son l'un desso, sed e' no me 'n porti

'n aním' e carn' il Lucifer maggiore:

avegna ch'i' ne vo co la peggiore,

ché ne lo 'nferno non son cosi forti

le pene e [li] tormenti e li sconforti

com' un de' miei, qualunque è l[o] minore.

Ond' io esser non nato ben vorria,

od esser cosa che nnon si sentisse,

poi ch'ì' non trovo 'n me modo né via:

se non è 'n tanto che sse si compisse

per aventura omai la profezia,

che ll'uom vuol dir, ch'Anticrísto venisse.


III



" Becchin' amor! " " Che vuo', falso tradito? "

" Che mmi perdoni ". " [Tu] non ne se' degno ".

" Merzé, per Deo! " " Tu vien' molto gecchito ".

" E verrò sempre ". " Che saràmi pegno? "

" La buona fé ". " Tu nne se' mal fornito ".

" No inver' di te ". " Non calmar, ch'i' ne vegno ".

" In che fallai? " " Tu ssa' ch'i' l'abbo udito ".

" Dimmel', amor ". " Va', che tti veng' un segno! "

" Vuol pur ch'i' muoia? " " Anzi mi par mìll' anni ".

" Tu non di' bene ". " Tu m'insegnerai ".

" Ed i' morrò ". " Omè, che ttu m'inganni! "

" Die te'l perdoni ". " E cché. non te ne vai? "

" Or potess'io! " " Tegnoti per li panni? "

" Tu tieni 'l cuore ". " E terrò co' tuo' guai ".


IV



Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,

la notte come serpe mi travolto,

e sì mmi giro, che paio un bigollo,

tanta è la pena che sente 'l meo core.

Parmi la notte ben cento mili' ore,

dicendo: " Dio, sarà mma' dì, vedròllo? ";

e tanto piango, che tutto m'immollo,

ch' alcuna cosa m'aleggia 'l dolore.

Ed i' ne son da llei cosi cangiato:

ché 'nn-una [che]d e' giungo 'n sua contrada,

sì mmi fa dir ch'i' vi son troppo stato,

e ched i' voli, si ttosto me'n vada,

però ch'ell' ha 'l sul amor a ttal donato,

che per un mille più di me li aggrada.


V



S'i' fosse fuoco, arderei 'l mondo;

s'i' fosse vento, lo tempestarei;

s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;

s'i' fosse Dío, mandereil' en profondo;

s'i' fosse papa, allor serei giocondo,

ché tutti cristiani imbrigarei;

s'i' fosse 'mperator, ben lo farei:

a tutti tagliarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei a mi' padre;

s'i' fosse vita, non starei con lui:

similemente faria da mi' madre.

S'i' fosse Cecco, com' i' sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre:

le zop[p]e e vecchie lasserei altrui.


VI


Tre cose solamente m'ènno in grado,

le quali posso non ben ben fornire,

cioè la donna, la taverna e 'l dado:

queste mi fanno 'l cuor lieto sentire.

Ma sì mme le convene usar di rado,

ché la mie borsa mi mett' al mentire;

e quando mi sovien, tutto mi sbrado,

ch'i' perdo per moneta 'l mie disíre.

E dico: " Dato li sia d'una lancia! ",

ciò a mi' padre, che mmi tien sì magro,

che tornare' senza logro di Francia.

Ché fora a torli un dinar[o] più agro,

la man di Pasqua che ssi dà la mancia,

che far pigliar la gru ad un bozzagro.


VII



No si disperin que[lli] de lo 'nferno',

po' che n'è uscito un che vlera chiavato,

el quale è Cec[c]o, chlè cosi chiamato,

che vi credea stare in se[m]piterno.

Ma in tal[e] guisa è rivolto il quaderno,

che sempre viverò grolificato,

po' che messer Angiolieri è scoiato,

che m'afrig[g]ea d'estate e di verno.

Muovi, nuovo sonetto, e van[n]e a Cec[c]o,

a quel che giù dimora a la Badia:

digli che Fortar[rligo è mezzo sec[c]o;

che no si dia nul[l]la mani[n]conia,

ma di tal cibo imbe[c]chi lo suo bec[c]o,

ch'e' viverà più ch'Enòch e[d] Elia.


VIII



Lassar vo' lo trovare de Becchina

Dant[e] Alig[hi]eri, e dir del Mariscalco:

ch'e' par fìorin d'or, ed è d'oricalco;

par zuc[c]ar cafetin, ed è salina;

par pan di grano, ed è [pan] di saggina;

par una tor[r]e, ed è un[o] vil balco;

ed è un nibbio, e par un[o] girfalco;

e pare un gal[l]o, ed è una gal[l]ina.

Sonet[t]o mio, vat[t]ene a Fiorenza,

dove vedrai le don[n]e e le donzelle:

di' che 'l so fat[to] è solo di parvenza.

Ed eo per me ne conterò novelle

al bon re Carlo conte de Provenza,

e per 'sto modo i fregiar6 la pel[l]e.


IX




Dante Allaghier, Cecco, tu' serv' amico,

si raccomand' a tte com' a segnore;

e sì tti prego per lo dio d'Amore,

il qual è stat' un tu' signor antico,

che mmi perdoni s'i' spiacer ti dico,

ché mmi dà sicurtà 'l tu' gentil cuore:

quel ch'i' vol dire è di questo tenore,

ch'al tu' sonetto in parte contradico.

Ch'al meo parer nell'una muta dice

che non intendi su' sottil parlare,

di que' che vide la tua Beatrice;

e puoi hai detto a le tue donne care

che be llo 'ntendi: e dunque contradice

a ssé medesmo questo tu' trovare.


X



Dante Alleghier, s'i' so' buon begolardo,

tu me ne tien' ben la lancia a le reni;

s'i' desno con altrui, e tu vi ceni;

s'io mordo 'l grasso. e tu vi sughi el lardo;

s'io cimo 'l panno, e tu vi freghi el cardo;

s'io so' discorso, e tu poco t'afreni;

s'io gentileggio, e tu misèr t'aveni;

s'io so' fatto romano, e tu lombardo.

Si che, laudato Idio, rimproverare

poco può l'uno a l'altro di noi due:

sventura o poco senno ce'l fa fare.

E se di tal materia vo' dir piùe,

Dante, risponde, ch'i' t'avrò a stancare,

ch'i' son lo pugnerone, e tu se' 'l bue

Pier Paolo Pasolini - 1922-1975



Il canto popolare

Improvviso il mille novecento
cinquanta due passa sull'Italia:
solo il popolo ne ha un sentimento
vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
la modernità, benché sempre il più
moderno sia esso, il popolo, spanto
in borghi, in rioni, con gioventù
sempre nuove - nuove al vecchio canto -
a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi è partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio - e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla - aspetta - cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle più fresche e inanimate ère -
il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch'è nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
è il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non più torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
feroce nel feudo provinciale l'Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s'affranca
l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
jersera... ripete con l'anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all'Inno dell'Albero della Libertà,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune 'e mala vita! in branchi
feroci. La libertà non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

1952-53


Verso le Terme di Caracalla

Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni...
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte...

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi - già impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia - il pastore
migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e
giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d'ulivo...

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassì i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,

rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po' gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccocce della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una còfana o un catino:
non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla


Sesso, consolazione della miseria!

Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un'antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d'ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c'è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore...
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell'amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all'avventura
sicuri d'essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell'essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.


Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

Li osservo, questi uomini, educati
ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'è come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, è disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
È certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
è il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri
a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
è, così, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza è ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profondità che nei sensi.
In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.

in Nuovi epigrammi (1958-59)



Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

in Poesie incivili (aprile 1960)

Frammento alla morte

Vengo da te e torno a te,
sentimento nato con la luce, col caldo,
battezzato quando il vagito era gioia,
riconosciuto in Pier Paolo
all'origine di una smaniosa epopea:
ho camminato alla luce della storia,
ma, sempre, il mio essere fu eroico,
sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
Si coagulava nella tua scia di luce
nelle atroci sfiducie
della tua fiamma, ogni atto vero
del mondo, di quella
storia: e in essa si verificava intero,
vi perdeva la vita per riaverla:
e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,
prima, poi la furia della chiarezza:
era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
sentimento! E adesso,
accusino pure ogni mia passione,
m'infanghino, mi dicano informe, im
puro
ossesso, dilettante, spergiuro:
tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
e vinco, questo mio poco,
immenso bene, vinco quest'infinita,
misera mia pietà
che mi rende anche la giusta ira amica:
posso farlo, perché ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna
un emigrato al suo paese e lo riscopre:
ho fatto fortuna (nell'intelletto)
e sono felice, proprio
com'ero un tempo, destituito di norma.
Una nera rabbia di poesia nel petto.
Una pazza vecchiaia di giovinetto.
Una volta la tua gioia era confusa
con il terrore, è vero, e ora
quasi con altra gioia,
livida, arida: la mia passione delusa.
Mi fai ora davvero paura,
perché mi sei davvero vicina, inclusa
nel mio stato di rabbia, di oscura
fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,
la nevrosi mi ramifica accanto,
l'esaurimento mi inaridisce, ma
non mi ha: al mio fianco
ride l'ultima luce di gioventù.
Ho avuto tutto quello che volevo,
ormai:
sono anzi andato anche più in là
di certe speranze del mondo: svuotato,
eccoti lì, dentro di me, che empi
il mio tempo e i tempi.
Sono stato razionale e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora... ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e immondo
sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia
alternativa


Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

L'alba meridionale

II
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

terça-feira, janeiro 30

Pietro Aretino



Prefazione

Manifico utriusque ser Agnello,
voi, qui scribere scitis quare, quiae
spesse volte fate col cervello
di Bartolo e di Baldo notomia
e le leggi passate col crivello
nella vostra bizzarra fantasia,
questi dubbi, di grazia, mi chiarite,
ch'oggi in bordello han mosso una gran lite.



Dubbio I

Porzia fedel s'avea fatto chiavare
molt'anni col consenso del marito,
ma perché non potè mai figli fare,
ell'era da ciascun mostrata a dito:
un astuto villan fece chiamare
e fe' di figli un numero infinito;
or il marito l'ha per vituperio,
utrum possa accusarla d'adulterio?

Risoluzione I

La legge adulter singulare, testo,
dice ad legem Juliam de adulterio:
quando il marito non accusi presto
la moglie, che gli fa tal vituperio
e sa ch'ella molt'anni in disonesto
modo si dà con altri refrigerio,
più non la può de crimine accusare
e a tutta briglia si può far chiavare.



Dubbio II

Aveva la Martuzza un giorno tolta
la medicina e non potea cacare;
ond'ella avea dolor e pena molta
e quasi tutta si sentia crepare.
Talché temendo di restar sepolta,
un grosso cazzo in cul si fe' cacciare:
guarì, ma nel guarir gustò sapore.
E' tenuta di dirlo al confessore?

Risoluzione II

Tutti i canoni voglion ch'il peccato
se non è volontario non si stima,
e che l'uomo non può dirsi dannato
se non vende a Satan se stesso prima;
unde, quicumque sit, non è obbligato:
decima quinta, quaestione prima,
concludo ch'è peccato veniale
e dirlo al prete poco o nulla vale.



Dubbio III

Avea la Panta, da bisogno astretta,
concessa la sua potta a un giovin saggio,
il qual trovò la via non molto stretta.
Né potè asciutto andar per il viaggio.
Ei mutò strada e andò per la più netta
e dell'altrui domin prese l'omaggio.
Ha l'altrui possession egli turbata
e questa via dev'essergli vietata?

Risoluzione III

La costumanza della terra mia,
scritta de servitude et in latino,
vuol a chi del passar non ha la via
sia costretto di dargliela il vicino;
e così ancora se distrutta sia
per strano caso o per voler divino.
Itaque dico che non fece male,
perché la via dee aver più vicinale.



Dubbio IV

La Doralice a un medico promese
dargli una chiavatura a tutto pasto
se guarito le avesse il mal francese,
che il fegato e 'l polmon le aveva guasto.
Quel fe' tutta la cura a proprie spese,
ma alfin lei si morì fra quel contrasto.
Tenetur ne la figlia, come erede,
dargli la chiavatura ch'egli chiede?

Risoluzione IV

Messer Matteo deciso ha questo punto
e vuol che tai promesse non sien vane,
quand'egli a centotrentatré fu giunto
delle sue decisioni sovrumane;
ove vuol che promissio del defunto
obblighi quell'erede che rimane;
unde tenetur filia, ut volunt jura,
di dargli la promessa chiavatura.



Dubbio V

Un moro avea bisogno d'un ducato
e ad interesse lo volea pigliare;
ad Isabella Padoana andato,
che a questo modo ne solea prestare,
l'ebbe con patto scritto che cacciato
le avesse in cul, fin che l'avea a pagare,
un cazzo, ch'egli avea fuor di misura.
Questa convenzion può dirsi usura ?

Risoluzione V

Chi dell'impresto sol riceve prego
l'usura è ben dover perché si parta:
ma in questo caso che sia usura nego,
perché con l'infedel si fa la carta.
In capitolo ab illo questo allego,
decima quinta, quaestione quarta,
ov'è che il Papa usura far concede
con quelli che non son di nostra fede.



Dubbio VI

Un prete, ch'alla punta del suo cazzo
aveva un panarizzo da crepare,
gli fu insegnato da un cotal ch'a guazzo
del caldo d'una potta el fesse entrare;
egli a Giulia gentil non per sollazzo
lo mise in potta, ed era sua comare,
sol per non più sentir nel cazzo affanni.
Or qui fece egli ingiuria a san Giovanni?

Risoluzione VI

S'al capitolo quinto voi notate,
decimo quinta, quaestione sesta,
vedrete alfin che Dio la volontate
e ch'il pensier via più riguarda questa
vita, che l'atto di necessitate
e semplicezza far gli uomini desta;
sicché scusar si può quel prete tale,
che di due mali fece il manco male.



Dubbio VII

Due drudi d'Isabella Milanese
per fuggir le question fero contratto:
l'uno la potta e l'altro il cul si prese;
e così fu tra lor più giorni fatto.
Una notte ch'avea costei il marchese
l'uno chiavolla in cul fuori del patto,
l'altro potria accusarlo di ragione
per l'usurpata sua giurisdizione?

Risoluzione VII

Già Bartolo nel titolo in che modo
la servitù si perdono, nel fine
della legge si locus, dà nel chiodo
e vuol che, se le strade son vicine,
sia lecito passare in loco sodo,
purché sia parte congrua e di confine;
talché non gli è tenuto, anzi fu saggio
quel che nel tondo traversò il viaggio.



Dubbio VIII

A potta ritta volse, o caso duro,
Lavinia bella un ortolan chiavare,
e per essersi acconcia in loco oscuro,
spinse quand'ella il pié venne a scansare,
e per trovarsi colla testa al muro
ruppesi il collo e venne in terra a dare.
Utrum se si ha a punir un tal eccidio
et sit hic puniendus de homicidio?

Risoluzione VIII

Nella legge si ex plagis si tiene,
paragrafo cum scilla, nei digesti,
e nella legge Acquilia a carte piene
si fanno simil casi manifesti,
e se per caso e non per colpa avviene
di vita privo alcun per altri resti,
senz'aver dubbio alcun si dee concedere
che non si possi in tal caso procedere.



Dubbio IX

Un Marchigiano perfido, che avea
giurato di non mai chiavar più donna,
vide Antonia Fornara, che tenea
più viso di calzar braghe che gonna,
e la chiavò, com'egli far solea,
con la testa appoggiata a una colonna.
Vorrei saper, sarà costui sicuro
non esser accusato di spergiuro?

Risoluzione IX

Nelle ventidue cause chiaramente,
alla question succeda il caso oscuro.
Al capo terzo Dixi, fuor si sente
e il canone lo mostra chiaro e puro,
ove chi creda far diversamente
esser non dee punito di spergiuro,
perché parveli maschio e non commesse
spergiuro alcun, sebben colei fottesse.



Dubbio X

Un gentiluomo, sol per far dispetto
a Giulia Rossa, a sé chiamò un villano,
e d'un mantel vestillo e d'un farsetto
e di danari assai gli empì la mano
perché Giulia chiavasse; ei con affetto
l'opera fe' ben, ma avendo un cazzo strano,
di dolcezza e dolor la fe' morire.
Utrum se ciò si può assassinio dire?

Risoluzione X

Alla legge Cornelia de' sicari
nel codice così il testo ragiona:
che quelli non sien detti micidiari
ch'ammazzan con il cazzo una persona
per casi fortuiti e straordinari.
Onde quei che col cazzo morte dona
non commette omicidio ed il meschino
in conseguenza non è un assassino.



Dubbio XI

Un ch'evea poco cazzo e manco lena
piglia Lucrezia Meltiola per moglie.
Ella di non far figli sente pena,
dacché la corte eredita sue spoglie;
da un giovinetto di gagliarda schiena
si fe' chiavar conforme alle sue voglie
e fanne un figlio di morire a risco.
Utrum se qui v'abbia razione il fisco?

Risoluzione XI

Non avrà nulla il fisco in questo affare
per la legge si miles del defunto,
digesto de adulteriis ubi dare,
sottilmente si tratta questo punto:
qual vuol che se la moglie cavalcare
dal marito e da più si fa in un punto,
quel che ne nasce si presume in pria
del marito figliuol che d'altri sia.



Dubbio XII

Un cocchiero Lombardo aveva in casa
una cognata detta Dorotea;
del cocchiero una notte il cazzo annasa
e finge che la madre le dolea;
quei forse che l'avea già persuasa
a questo, il cazzo ritto le porgea
dicendo: or prendi su, cognata, questo.
Lo prese. Or cerco se commesse incesto?

Risoluzione XII

A ventitré propria questione ottava,
nel capitolo accedit già fu detto
che in delictis s'attende se sia prava
l'intenzione o sia per buon rispetto;
onde costui, che la cognata chiava
sol per guarirla e non per altro effetto,
se miri al fin la causa come deve
non farà incesto, ma peccato lieve.



Dubbio XIII

Era gravida monna Berniciglia
e vide un cazzo dalla sua finestra
colla testa sì grossa, che somiglia
ad un grosso bolzon d'una balestra;
lei, che voglia n'avea, lo prese a briglia
tutta gioiosa colla sua man destra
e se lo pose in bocca con gran furia.
Peccò costei di gola o di lussuria?

Risoluzione XIII

Né in l'un né in l'altro avea costei peccato
giudico, se con Bartol non m'inganno,
nel titol delle somme dello stato
imperiale, ove non può né affanno
né pena aver chi ha il ventre ingravidato,
acciò che il parto non ne senta danno.
Similmente a costei non dee vietarsi
cosa che al ventre venga utile a farsi.



Dubbio XIV

Per far Messer Pataffio al figlio onore,
gli diè Porzia Procelfa sua vicina
per moglie, il qual non ebbe mai vigore
di porre proprium gladium in vagina;
onde per non restarne in disonore
da sé il buon vecchio ruppe la puttina,
poi mostrò la camiscia alli parenti.
Utrum può dirsi stupro dalle genti?

Risoluzione XIV

Una persona sola in unione
il padre e 'l figlio son considerati
e ne' Digesti ubi de Legatione,
lege sciendum, tertia de' legati,
che l'un per l'altro oprar possan s'espone,
s'alcuna cosa far sono obbligati;
onde stupro non fu se le aprì l'alvo
per render l'onor del figlio salvo.



Dubbio XV

Stava Zanetta musica cantando
alla finestra ad aspettar guadagno;
ecco ch'un pescator viene remando,
che aveva un cazzo spaventoso e rnagno,
scagliossi in groppa contra punteggiando:
ambo gustaro dal capo al calcagno,
poi nulla dielle, andò a far il suo offizio.
Puol agir lei de praestito servizio?

Risoluzione XV

Nil est, s'ella ha servito con la potta
e lui col cazzo oprando ha soddisfatto,
e se restò con lui stando di sotta
tutta malconcia egli di sopra ha fatto;
unde lex naturalis sancta e dotta
innominato chiama un tal contratto,
ibi prescriptis verbis nei digesti,
paragrafo, s'io feci, tu facesti



Dubbio XVI

Il marito di Giulia del Cancello
avea bisogno di certi quattrini.
La moglie vende un certo locarello
che avea per dieci scudi a due facchini.
Confina il loco con ser Antonello,
quel mastro che conficca i malandrini;
e de congruo dimanda egli ogni cosa.
Avea ragion per qualche testo o glosa?

Risoluzione XVI

Messer sì che può tutto dimandare,
se per l'anno non ha fatto tardanza,
perché la moglie, in questo caso, pare
una statua, ch'adorna quella stanza.
Et approbamus, così scrisse il Chiare
de jure congruo, in nostra costumanza;
talché se vuol ser Antonel, si scioglie,
però apprezzi il contratto con la moglie.



Dubbio XVII

Fu già lasciata Prudenzia Ciambella
dal marito per spazio di molt'anni;
ma perché la pativa di renella
e nel pisciar sentiva grandi affanni,
più d'una volta fece star con ella
un, ch'il rimedio aveva sotto i panni.
Vuol la moglie il marito, ora ch'è giunto:
utrum obstet praescriptio in questo punto?

Risoluzione XVII

S'è stato assente per anni quaranta,
che più non l'abbia son d'opinione,
ché così vuol la legge giusta e santa
de quadraginta annorum praescriptione,
nel modo che Matteo d'Afflitto canta
nella decimaterza decisione.
Onde costui se l'ha prescritto, quello
vada a trovarne un'altra nel bordello.



Dubbio XVIII

Laura Vítisca, ladra a tutti nota,
amò fuor di misura un bel studente.
Costei fa a molti star la borsa vuota
nel chiavarla, rubando destramente,
e a quel perché la schiena ben le scuota
dà tutto il tolto, ma secretamente.
Or devesi chiamar quel ladro e tristo
se quanto ebbe da lei fu mal acquisto?

Risoluzione XVIII

Nel paragrafo quia chiaro si vede
de bonorum raptoribus statuta,
che s'alcun fura quel ch'esser suo crede
né ribaldo, né ladro si reputa;
nella sesta question pur si concede
senza dubbio verun, senza disputa,
est juris mei; onde ne attende il frutto
ed ha colui di buon acquisto il tutto.



Dubbio XIX

Un pedante, mezz'orbo, non vedea
a legger la lezione agli scolari,
e perché da diversi inteso avea
ch'il cul rende la vista e gli occhi chiari,
andò a trovare un dì madonna Astea
e dielle un libro e due giuli in danari
e 'n cul le pose il cazzo e 'n potta il dito.
Utrum poss'io chiamarlo sodomito?

Risoluzione XIX

Nei decreti, alla prima distinzione
di codesta materia ov'è la chiave,
al titol detto de consecratione,
nel capitolo sicut degno e grave,
ove in tutto e per tutto si depone
che la necessità legge non have;
talché il pover pedante fu costretto
per la vista passar per loco stretto.



Dubbio XX

Un bottegar la Claudia un dì avezza
in cul chiavò, ma fu nel dì di Pasca,
la qual quando nel fine per dolcezza
lo vide indebolito, come accasca,
perché non le avea usato gentilezza
per il passato, gli rubbò la tasca
con tutti li danar per soddisfarsi.
Utrum costei di furto può accusarsi?

Risoluzione XX

De condictione in debito noi avremo
nei digesti la legge si non sorte,
nel paragrafo cento, al verbo nemo,
che ritener senza favor di corte
robba di nostro debitor potemo,
pur ch'util più del debito non porte;
talch'ella non tenetur se i quattrini
tolti non eran più di sei carlini.



Dubbio XXI

Antonia Saponara stando in letto,
nel tempo che lo spirito si parte,
venne un suo innamorato giovinetto
e ben chiavolla in l'una e l'altra parte;
ond'ella una collana, ch'avea al petto
lasciogli per legato scritto in carte.
Utrum sendo il legato per trastullo
si possi dir che il testamento è nullo?

Risoluzione XXI

Messer Matteo nella decisione
sessantanove dice ch'al consorte
quando dolose fa una donazione
la moglie, che sta già vicina a morte,
nel testamento poi non ha ragione;
ond'io consideratis bene, accorte
considerandis dico che quel tale
non l'è marito e '1 testamento vale.



Dubbio XXII

Isabella di Luna un giorno avea
per la notte ad un giovine promesso;
poi sta con altro e a quel che non potea
disse e che ritornasse il giorno appresso.
Quel venne e come l'altro far solea
la chiavò ben nell'uno e l'altro sesso,
poi le lasciò di rame una catena.
Tenetur illi ne de falsi poena?

Risoluzione XXII

In lege si ambo, decima, Ulpiano
nel dotto titol de compensatione,
vuol che dolus cum dolo a salva mano
può compensarsi con discrezione;
onde se con mancargli un atto strano
usò con quegli fuor d'ogni ragione,
ricevendo da lui si buone notti,
nunquam tenetur falsi, dice il Scotti.



Dubbio XXIII

Avea locato Giulia di Martino
un frate per chiavarla un tanto il mese.
In otto giorni fu stanco il meschino
per il soverchio scuoter dell'arnese:
e in suo loco lasciò fra Venturino
per darsene a quell'opra a proprie spese.
Utrum per questa satisfazione
dee perdere il salario il fra Briccone?

Risoluzione XXIII

Vuole questo Ulpìan per la sua legge,
inter artifices de solutione,
ove chiaro si pondera e si legge
ch'ivi si tratta de industria personae:
ma il giusto impedimento la corregge
per l'aItra de pollicitatione,
che col titolo sic comincia il testo,
siché iI frate non dee perder per questo.



Dubbio XXIV

Prer dare Ortensia gusto ad un suo amante
e del suo corpo il più soave loco,
il cul gli diè, ma con promessa avante
che v'abbia a por del suo gran cazzo un poco.
Quello non potè star così costante
alle primarie furie di quel giuoco,
tutto nel cul vel pose. Utrum Ortensia
accusare lo possa di violenza?

Risoluzione XXIV

In lege prima de justitia et jure,
Jus naturae, paragrapho, vuol Baldo
che primi motus homini naturae
non sono in suo poter quand'egli è caldo:
il primo furor fa ch'egli non cure
d'eser tenuto peccator ribaldo;
onde spinto costui dai primi moti
accusar non si può degl'altri ignoti.



Dubbio XXV

Con un romito un giorno per ventura
sconttossi un'abadessa sempliciotta,
il qual le dimandò con mente pura
che di grazia gli desse una pagnotta;
ed ella alzati i panni alla cintura,
li mostrò la sua bianca e bella potta
e disse non avergli altro che dare.
Utrum tal carità dovea accettare?

Risoluzione XXV

Perché la carità si fa in casella,
non doveva il romito ricusare
la bianca potta delicata e bella,
che l'abadessa gli volea donare,
ma con volto ridente dir: sorella,
la carità non voglio rifiutare;
e per mostrare d'averla avuta grata,
saltarle addosso e darle una chiavata.



Dubbio XXVI

Frate Cipolla gran predicatore
veggendo gli altri frati a buggerare,
trovato un fraticel si mise in core
voler un tal secreto anch'ei provare;
ma ben presto alla prima fece errore
spingendo il cazzo in su senza bagnare,
onde fe' di quel cul un melgranato.
Utrum se per provar fece peccato?

Risoluzione XXVI

I gran sommisti tengon tutti quanti
e con quelli i casisti di coscienza
che dei peccati se ne trovin tanti,
che bisogno non han di penitenza;
perché dove il voler non si fa innanti,
s'attribuisce tutto a negligenza.
Onde senza voler fe' il frate il tutto;
non fu peccato già fottere il putto.



Dubbio XXVII

Suor Marta la lussuria avea nel sesso
e volendo la carne lacerare,
prese un cazzo di vetro d'un commesso
e con la potta cominciò a scherzare;
ma spinta dal furore a un colp'istesso
volendo tutto dentro farlo entrare,
le si ruppe la potta e '1 cul che è peggio.
Utrum se per far ben fe' sacrilegio?

Risoluzione XXVII

Di medicina il principe Galeno
dice che nell'interne infiammazioni
si deve col trar sangue ridur meno
nel paziente le molestazioni;
onde se per smorzar la rabbia appieno,
che sturbar la potea dall'orazioni,
suor Marta si sbregò '1 cul e la potta,
sacrilega non fu, ma fu divotta.



Dubbio XXVIII

Confessando una vedova un Teatíno
nella carne sentia gran tentazione,
e per far stare il cazzo a capo chino
lo prese ad ambo man con divozione;
e tanto su e giù scosse il meschino
che spuntò la bambagia dal giubbone
e mandò lussuria in precipizio;
utrum se questo fu castigo o vizio?

Risoluzione XXVIII

Perché bisogna quanto più si puote
li scandali evitar dei sensi vani,
il Teatin, che più soffrir non puote,
per scandali schivar, gusti profani,
i desideri e volontà corrotte,
si valse a raffrenar d'ambo le mani
la tentazion ch'il molestava assai.
Onde vizio non fu trarsi di guai.



Dubbio XXIX

Fottendo un frate a gambe in spalla un tratto
con un palmo di cazzo un'abadessa,
dal gran piacere in paradiso astratto
non conosceva il tondo della fessa;
onde spinto da furia come un matto,
nel tondo avendo la sua lancia messa
disse: oh che dolce di peccar cagione!
Utrum se il cazzo suo fu buggerone?

Risoluzione XXIX

D'infamia non si dee, dice Jasone,
né d'altro juxta legem incolpare
un mentecatto, che non ha ragione,
né di coglionerie puossi accusare:
onde il cazzo del frate buggerone
in conto alcuno si potrà chiamare,
quia stando fuor di sé, sol per trastulo
cacciò il suo cazzo all'abadessa in culo.



Dubbio XXX

Mentre con divozion stava parlando
suor Cherubina con fra Galeazzo,
per disgrazia la madre starnutando
cacciò un peto dal cul con gran schiamazzo.
Il frate a quel saluto diè rimando
e le rispose in fretta: qualche cazzo.
La monaca turbossi e l'ebbe a male.
Utrum se questo fu caso papale?

Risoluzione XXX

Dice la legge, paragrafo quando,
titolo de verborum prolatione,
che quando verbum dictum est scherzando
sia chi si vuol non fert punizione.
Addit immo la legge: il cazzo entrando
nel forame del cul sine intentione,
nunquam questo sarà peccato tale
che richiedesse assoluzion papale.



Dubbio XXXI

Laura monaca fu da un Genovese
richiesta di chiavarla a potta dietro
e d'andar per la via dritta promese
e di lasciare il primo buco addietro.
Poi presto il cazzo proprio in cul le mese
e spinse, ond'ella ne biasmò san Pietro.
Utrum deesi punir quella biastema
e restar debba della lingua scema?

Risoluzione XXXI

La prima distinzion di penitenza,
nel capitolo pro est ne dà indizio
che chi si trova nell'altrui potenza
e Dio rinnega per alcun supplizio
non merta pena; e quella violenza
fa che non se gl'imputi a malefizio,
onde costei non si può già punire
di biastema per doglia da morire.


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Altri Dubbi Amorosi



Dubbio I

Fotteva fra Martin suor Liberale
in potta, e nel chiavar sendosi avvisto
che ne poteva nascer l'Anticristo,
volse finir in cul. Fe' bene o male?

Risoluzione I

Molto bene fece il padre fra Martino
per schivar d'Anticristo la venuta,
finire in cul la sua nobil fottuta,
che cominciato in potta avea il meschino.



Dubbio II

Fotteva a potta ritta suor Lucia
un gesuita, a tal mestier non uso,
e nel cacciarlo dentro fallò il buso.
Fu sacrilegio ovver fu sodomia?

Risoluzione II

Il povero ignorante gesuita,
che sol per ignoranza fallò il buso,
sacrilego non fu, ma per escuso
si dee tener, nemmen fu sodomita.



Dubbio III

Suor Marta nell'oscur ruppe il boccale;
l'abadessa gridò: cazzo ti fotta;
ella sel fe' cacciar subito in potta.
Utrum per ubbidir fec'ella male?

Risoluzione III

Meglio non potea far suor Marta dotta
che a' comandi prestare l'ubbidienza
dell'abadessa, che per penitenza
un cazzo le ordinò dentro la potta.



Dubbio IV

De' gesuiti il padre sacristano
per raffrenar la sua lussuria tanta,
cacciò il cazzo e i coglion nell'acqua santa.
Fu caso meritorio oppur profano?

Risoluzione IV

Il padre sacristan meritò molto
se, per fuggire una lussuria tanta
cacciò il cazzo e i coglion nell'acqua santa
per restar da quel mal libero e sciolto.



Dubbio V

Destossi l'abadessa con gran furia
sognando di mangiar latte e giuncate,
trovossi in bocca il cazzo dell'abbate.
Fu peccato di gola o di lussuria?

Risoluzione V

Non fu gola o lussuria, è risoluto,
perché questo caso accidentario;
ben se l'avesse avuto in tafanario
o in potta dubitar s'avria potuto.



Dubbio VI

Per torsi il mal di madre suor Prudenza
che le impedia sue sante orazioni,
si fe' chiavar da due frati ghiottoni.
Meritava di ciò far penitenza?

Risoluzione VI

Se sol per poter dir le sue orazioni
ben ben si fece fotter suor Prudenza,
di ciò non dovrà far la penitenza,
ché alcuna non sen dà alle divozioni.



Dubbio VII

Un giorno stando Giulia in una scola
prese in la bocca il cazzo a un suo bertone
e in un istante gli diè un morsicone.
Ditemi se costei peccò di gola?

Risoluzione VII

Perché non con espressa volontà
madonna Giulia morsicò quel cazzo
al suo berton, nemmeno per sollazzo,
peccato già di gola ella non ha.



Dubbio VIII

Non potendo cacare un disperato,
perch'altro non potea, si fe' cacciare
un cazzo in culo e si fe' buggerare.
Utrum per non morir fece peccato?

Risoluzione VIII

La morte volontaria è proibita,
sicché ben fece a farsi buggerare
il poverin, che stava per crepare,
e molto meritò a campar la vita.



Dubbio IX

Livia volea saper che cosa è amore
e per questo si fe' chiavare alquanto;
nacque in questa maniera un dubbio intanto
s'ella sol per provar commise errore?

Risoluzione IX

Non è peccato quel che per provare
si fa, nemmen si tiene che lussuria
sia, onde non dee mettersi in furia
costei, che il cazzo volse esprimentare.



Dubbio X

Sul cazzo che rizzato avea fra Carlo
giù dal balcon cascò suor Margherita,
le ruppe il culo e le salvò la vita.
Dovea perciò dolersi o ringraziarlo?

Risoluzione X

Se nel precipitar suor Margherita
non dava il cul sul cazzo di fra Carlo,
certo moria; onde ringraziarlo
dee che col cazzo suo le diè la vita.



Dubbio XI

Suor Tarsia al cesso andò credendol vuoto
trovar, ma vi trovò fra Galeazzo,
s'infilò la meschina sul suo cazzo.
Ruppe la suor di castitate il voto?

Risoluzione XI

Perché suor Tarsia non per far peccato,
ma non volendo, tolse in le culate
il cazzo, ella per ciò di castitate
non ruppe il voto, questo è dichiarato.



Dubbio XII

Un che dal papa avea licenza avuta
d'assolver d'ogni caso all'ora all'ora,
fotte ben ben la madre suor Leonora,
poi l'assolve. Num sit bene absoluta?

Risoluzione XII

Non solo per averla ben fottuta,
ma se l'avesse anco buggerata,
con la licenza che gli fu già data,
se assolta l'ha, la fu bene assoluta.



Dubbio XIII

Sul cazzo di fra Biondo ardito e scalto
dimenandosi ben suor Cleofasè
ruppe i coglioni al frate e il culo a sé.
Utrum deve dolersi l'un dell'altro?

Risoluzione XIII

Commune ad ambidue fu la rottura
del culo a l'una, a l'altro dei coglioni,
e di querele e di lamentazioni
l'uno dell'altro non dee aver paura.



Dubbio XIV

Fra Astolfo per mandar la sojaccia
il cazzo al cul dei fraticin fregava,
onde per terra il seme gli cascava.
Utrum peccasse in re de sodomia?

Risoluzione XIV

Fra Astolfo non si può dir sodomito
perché non dentro il cul, ma sol di fuori
il suo cazzo fregava intorno agli ori;
non deve già per questo esser punito.



Dubbio XV

Nei gran caldi di luglio frate Alberto,
per schivar l'ozio e tutti gli altri vizi,
menava il cazzo a tutti i suoi novizi.
Fu questa opra profana ovver di merto?

Risoluzione XV

Perché nell'ozio regna tentazione,
per questo se menò il cazzo ai puti
fe' ben, e se li avesse anco fottuti,
stata sarebbe più eroica azione.



Dubbio XVI

Un frate Zoccolante, per ventura
fottendo a potta dietro un'abadessa,
gliel cacciò in cul credendo foss'in fessa.
Ditemi se peccò contro natura?

Risoluzione XVI

Non est peccatum, se non volontario:
perciò il frate fottendo l'abadessa
contro natura azion non ha commessa,
se 'l cacciò non volendo in tafanario.



Dubbio XVII

D'aver in cul fottuto un Giudeo cane
s'accusò Pippo con gran contrizione:
negolli il confessor l'assoluzione.
Utrum se ancora il peccato rimane?

Risoluzione XVII

Bartolo si rivolge incontro al tristo,
capitale sexto, e i deretali ancora,
perché sfondato non l'avesse allora
per vendicare la morte di Cristo.

Gaspara Stampa



I sonetti d'amore

Voi ch'ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e delle pene mie tra l'altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de' miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è si sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
-- Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant'amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch'anch'io n'andrei con tanta donna a paro?